FILOISRAELIANO, PERO’…
pubblcato su: http://www.posizione.org

La scomoda posizione di cattolico filo-israeliano mi rende particolarmente arduo intervenire sull’attuale guerra nella striscia di Gaza. Come cattolico dovrei dare ragione al Card. Martino (secondo il quale la striscia è un “campo di concentramento”), appoggiare il Papa e schierarmi dalla parte dei cristiani palestinesi; come filo-israeliano dovrei sostenere il diritto all’autodifesa di Israele ed attaccare Hamas che viola la tregua e lancia missili sui civili. La verità è che è difficile non solo prendere posizione ma persino informarsi correttamente. I media parlano di mille morti, di cui 300 bambini. Già, ma chi è la fonte? Nessuno può dare stime precise in una zona di guerra. Israele uccide i civili: è vero, ma in una zona così densamente popolata è impossibile non colpirne (Andrea Nativi, Annozero, Raidue, 15 Gennaio). La stampa internazionale sostiene che Hamas ha rotto la tregua. E’ vero?
Jimmy Carter ci informa che “la fragile tregua fu parzialmente rotta il 4 novembre, quando Israele lanciò un attacco a Gaza per distruggere un tunnel difensivo che veniva scavato da Hamas all’interno del muro che rinchiude Gaza” (Washington Post, 8 Novembre 2008). Va da sé che la definizione di “tunnel difensivo” è molto opinabile: infatti lo Tshal (forze di difesa israeliane) sostiene di avere prevenuto una minaccia e di non avere violato la tregua (l’attacco è avvenuto in data 4 Novembre). Fonti palestinesi confermano la morte di un miliziano di Hamas ed il ferimento di altri tre. Nella stessa giornata un raid aereo colpisce una base di lancio di proiettili di mortaio, provocando altri cinque morti. Facile immaginare il seguito: Hamas risponde coi missili (Reuters, 7 Novembre), e la situazione precipita; il 16 novembre ha luogo un altro attacco aereo (La Stampa ondine, 16 Novembre). Dopo la prima fase, Tel Aviv dà il via all’offensiva di terra. Si avviano ora i tentativi diplomatici, e da più parti si invoca il dialogo con Hamas. Ma può uno Stato democratico trattare con chi per Statuto ne vuole la distruzione? Ciò che pochi hanno compreso è che Hamas, come tutti i movimenti terroristici, mette in campo una violenza soprattutto aggressiva, non reattiva: si pensi alla brutale epurazione avvenuta a danni della fazione di Al Fatah.
Tuttavia, niente mi toglie dalla testa che nella strategia bellica di Israele c’è qualcosa che non funziona. Per esempio, come si fa a garantire che una volta terminato l’attacco Hamas non si riarmi? Rioccupando la Striscia, dopo averla sgomberata unilateralmente? Chiedendo ad un contingente Onu, con regole d’ingaggio ridicole, di interporsi? Altro problema: siamo sicuri che coinvolgere in modo così pesante la popolazione aiuti? Pensiamo all’embargo. Non dimentichiamoci che tra poco si vota in Palestina: che si fa se, fomentando l’odio con l’aiutino delle fatwe, Hamas vince di nuovo? Ancora: non è un mistero che buona parte dell’opinione pubblica mondiale è filopalestinese: conviene offrire il pretesto per presentarsi come massacratori di civili? Ammesso e non concesso che Israele vinca sul campo militare, rischia di perdere la guerra dell’informazione. Ultima osservazione: attenzione al rischio di compattare il popolo palestinese. C’è una parte consistente di esso che potrebbe essere prezioso alleato nella lotta all’integralismo islamico: oltre ad Al Fatah, ricordo i cristiani palestinesi stretti oggi tra due fuochi.Israele ha diritto a difendersi, ma la forza bellica, per essere efficace, va usata con parsimonia: se era a conoscenza di pericoli immediati, azioni aeree mirate potevano bastare.
Emanuel Bernardi 16/1/2008






